Il tempio, il libro e la domanda – Seconda parte
Attenzione: questo articolo è il secondo di un racconto in più parti. Se non lo hai già fatto, ti consiglio di leggere prima l’inizio a questa pagina.
Io non credo più alle coincidenze. Sono fermamente convinto che una minuscola parte di universo abbia macchinato, alle mie spalle, per condurmi inconsapevole all’appuntamento con la domanda che mi avrebbe cambiato la vita, come in un complotto ben organizzato, come un amico che ti insegna qualcosa solo mostrandotelo, perché “è più facile da fare, che da spiegare”.
Quindi per me non è un caso che io abbia avuto per alcuni anni un lavoro che mi costringesse a viaggiare molto e a rimanere da solo per lunghi periodi. Obbligato a estenuanti trasferte in diverse fabbriche -posti squallidi, rumorosi, opprimenti- ho accumulato stress fin quasi allo sfinimento e alla perdita della salute. Da un lato quel lavoro ha fortificato in me una certa autonomia economica e caratteriale, dall’altro mi ha spintonato con violenza nella direzione che dovevo prendere: terrorizzato dall’idea di rimanere imprigionato in una vita arida e deprimente, fu molto facile per me fare il salto, e mollare tutto.
Non è un caso nemmeno il fatto che io abbia sempre amato viaggiare, con una istintiva curiosità verso i luoghi lontani, né che all’epoca dei fatti non avessi alcun amico che avrebbe potuto o voluto accompagnarmi. Così, con le mille opportunità a mia disposizione dopo essermi licenziato, non è un caso che io abbia scelto di fare il giro del mondo in solitaria. Perché quel tempio era molto lontano, e a quell’appuntamento, io ci dovevo arrivare da solo.
Quindi, un giorno sereno di novembre, partii: zaino in spalla, gli occhi sorridenti e lucidi per l’emozione e nemmeno la più pallida idea di cosa stessi facendo.
I primi venti giorni furono parecchio duri: non mi ero abituato alla vita da ostello e mi costava moltissimo fare nuovi amici. Quando riuscivo finalmente a conoscere qualcuno, era già il tempo di salutarlo, e io rimanevo di nuovo timido e solo. Però arrivato in Sud America, cominciai lentamente a sentirmi a mio agio. Iniziai ad adattarmi, a essere più disinvolto, tranquillo, socievole. Diventato finalmente il viaggiatore che volevo essere, scoprii la gioia della completa libertà, delle continue nuove amicizie, delle eccitanti diversità, dei paesaggi meravigliosi. Tutto era divenuto splendido, facile, perfetto. Il mio morale non poteva essere migliore. Mi sembrava di essere a casa.
Due mesi dopo parto dal Sud America e sbarco in Thailandia: crollo dell’umore. Verticale.
Senza apparente motivo, passo in pochissimi giorni dallo stato di esaltante euforia sudamericana ad un profondo malessere. La sproporzionata differenza, assolutamente inspiegabile, mi precipita in un baratro.
Angosciato e affannato, inizio a cercare il senso di quello che sto facendo, invano.
Sono a Bangkok. Passo la prima settimana a girovagare tutto il giorno, da solo. Ogni sera vado in uno dei vari squallidi localini di cui questa città è ricolma, bevo troppo, e attacco bottone con i primi che incontro. Ma sono amicizie che non sopravvivono alla notte, e ogni mattina seguente sono ancora da solo, intontito, spaventato, senza direzione.
Dov’era finita la mia serenità, la mia gioia, i miei amici? Che cosa diavolo mi stava succedendo?
