Day 220 – Ad occhi socchiusi
Posted in Argentina on aprile 3rd, 2011 by Wil – 4 CommentsCon gli occhi semichiusi dal torpore pomeridiano, e adagiato poco elegantemente tra i sedili reclinabili di un autobus quasi deserto, guardo fuori dalla finestra il panorama che scorre lentamente. Un cielo pallido sovrasta alte colline verdeggianti, minacciando pioggia. Un vento agitato scuote le cime degli alberi, spruzzati di tanto in tanto da una macchia di colore d’autunno.
Alle mie spalle lascio San Carlos de Bariloche, cittadina alle pendici delle Ande argentine, accoccolata sulle sponde del lago Nahuel Huapi. Ho passato là alcuni giorni, in un placido ostello, chiacchierando con gli altri ospiti, lavorando, camminando, e ballando anche.
Solo pochi giorni prima ero vicino Buenos Aires, a La Plata, a 1600 km da San Carlos, ospitato dai generosi e gentilissimi parenti della mia amica e compagna per questo viaggio, Irene. Ricordo ancora con piacere il cibo delizioso che ho potuto assaporare in grandi quantità.
Invece la mia destinazione attuale è Puerto Madryn, di nuovo sulla costa atlantica, a 14 ore di autobus da qui, dove spero di vedere da vicino foche, leoni marini, pinguini, orche. Se non farà freddo mi piacerebbe poter provare il kite surfing. E lavorerò un po’.
Ecco, il senso del nomad working, il lavoro in movimento, è tutto qui.
Durante il mio giro del mondo avevo sperimentato, per la prima volta nella mia vita, una sensazione inebriante di completa libertà. La libertà di decidere quando muovermi e quando stare fermo, di stabilire dove andare e cosa fare. Avevo provato l’eccitante brivido della scoperta, ogni volta che mi imbattevo in altro paesaggio, in nuovi amici, in un cibo mai provato, in un profumo sconosciuto.
Niente di tutto questo è cambiato, come avevo giurato a me stesso.
Le costrizioni che mi sono imposto sono minime: qualche ora di lavoro al giorno, che alla fine diventano anche piacevoli, considerato quello che ottengo immediatamente in cambio. Per comunicare con i miei colleghi nordamericani ho bisogno di una connessione a internet, ma ormai si può trovare praticamente in ogni centro abitato del mondo. Di tanto in tanto devo programmare gli spostamenti con un po’ più attenzione del passato, per essere sicuro di non perdere uno dei rari meeting. E devo sempre portare con me un computer portatile. Nient’altro.
Non è molto.
Ho scambiato un lavoro con un altro, e barattato qualche vincolo con la possibilità di riprovare di nuovo l’emozione di un giro del mondo, senza dovermi licenziare e svuotare il mio conto in banca per farlo.
E quindi eccoci qui: io, il mio zaino, e il mio lavoro, insieme per quel viaggio incredibile che vuole durare tutta una vita.
Ma mentre il sole cede il passo al buio della notte, e la via lattea splende candida sopra il profilo scuro delle montagne, mi sorprendo a chiedermi se un giorno, magari in un autobus come questo, con la testa appoggiata alla mia spalla, ci sarà una persona a dividere con me quel viaggio, guardando insieme a me un altro panorama scorrere lentamente fuori dalla finestra.
Chiudo gli occhi, e mi addormento.
