Day 226 – Patagonia Express
Posted in Argentina on aprile 22nd, 2011 by Wil – 2 CommentsVoglio entrare in Patagonia in punta di piedi, lentamente.
Voglio prendere la via più lunga, guardare dalle finestre di un autobus un paesaggio che non cambia mai, e che riesce a sbalordirmi ad ogni chilometro nella sua impressionante immutabilità.
Voglio annoiarmi, voglio riappropriarmi del senso del tempo e della distanza, voglio capire attraverso la sfinimento del mio corpo che sto veramente andando lontano, che la mia destinazione è remota.
So che questa non è altro che una illusione, ma voglio sentirmi, anche se solo per un breve momento, come un esploratore del passato.
Non importa se la strada che sto seguendo è comune a fin troppi turisti, e se, durante il viaggio, alcuni vecchi monitor mi sparano contro pessimi film, con l’intento di sconfiggere la noia che io invece voglio coltivare.
Vorrei poter contare i cespugli, tutti uguali e tutti diversi, che mi separano dalla fine del mondo.
Voglio scendere stremato da questo o da quell’autobus e lasciare che sia la mia destinazione a ridarmi vigore e a ristorarmi da ogni fatica.
Gli aerei ci stanno togliendo il privilegio della noia che precede la scoperta. Entriamo in un ambiente sterilizzato, circondati da profumi, alcolici, e souvenir, e usciamo in un altro ambiente sterilizzato, circondati dagli stessi profumi, alcolici, e souvenir.
Io voglio di nuovo un veliero, una carovana di cammelli, una spedizione attraverso la giungla, una canoa. Voglio percepire la conquista.
E così ho consapevolmente perso il conto di quante ore ho passato in questi autobus, prima di arrivare a El Calafate. Sono ancora molto lontano dall’estremo sud di questo continente, ma qui mi fermo per rendere omaggio al Perito Moreno, il famoso ghiacciaio. Dicono che sia un’imperdibile manifestazione della natura.
“Era un tuono?”, chiedo ad un anziano signore.
L’aria ancora rimbomba del boato profondo che abbiamo sentito solo pochi attimi prima.
“Non ne ho idea”, mi risponde, perplesso quanto me.
Osservo il cielo: è grigio di nuvole, e una pioggerellina sottile continua a infastidirci, spinta da un vento freddo e molesto, ma il tempo, per quanto brutto, non sembra minacciare fulmini.
Solo quando scorgo sulla superficie dell’acqua i grandi cerchi che si allontanano da un punto del ghiacciaio parzialmente sommerso, mi rendo conto d’un tratto che quello che si racconta di questo luogo è reale: non è stato un fulmine, è stato il Perito Moreno.
Dalla torreggiante parete verticale crollano in continuazione blocchi di ghiaccio, vecchi di millenni. I pezzi più grandi, cadendo nell’antistante acqua del lago da altezze fino a ottanta metri, producono il fragore di un tuono che percuote la valle.
Scatto fotografie da tutti gli angoli possibili, ma ancora una volta so che non riuscirò a descrivere, né con parole né con immagini, quello che vedo e quello che sento.
Ma non importa.
Ho attraversato interminabili chilometri della Patagonia, la terra disegnata dal vento, per trovarmi qui, a conquistarmi lo spettacolo della tempesta di ghiaccio che troneggia su di me, antica, viva, potente.
Ci sono riuscito.
E ci sono arrivato in punta di piedi, lentamente.
