Città

Day 137 – Giappone, finalmente

Posted in Città, Sensazioni on 05:55 by Wil – 3 Comments

Sono in aereo, tra due ore atterro a Pechino, ma sto pensando al paese che ho appena lasciato: il Giappone. Mi mancherà.

Finalmente.

Era un po’ che non mi capitava di sentire la mancanza di un posto, andandomene. Non ho sentito la mancanza della Thailandia, non ho sentito la mancanza di Hong Kong, nè dell’Isola di Pasqua. Tutti posti in cui probabilmente un giorno tornerò, ma senza fretta. Per ritrovare l’ultimo momento in cui ho avuto il magone andandomene, devo sicuramente tornare al Sud America, in qualche posto sulla costa del Cile, qualche giorno prima di prendere il volo da Santiago. Non avevo scritto niente quel giorno, ma avevo lasciato silenziosamente un pezzettino del mio cuore su quel continente dai colori intensi, dai sorrisi caldi, e dai profumi attraenti.

Poi più niente, fino ad oggi.

Non so di preciso cosa mi mancherà di più.

Forse l’atmosfera sobria e sofisticata al tempo stesso, il silenzio e la pulizia delle metropolitane di Tokyo, l’educazione e la gentilezza delle persone, quella che ti fa venire voglia di muoverti in punta di piedi.

Probabilmente mi mancherà chiedere indicazioni stradali a persone gentili e disponibili che non conoscono una sola parola di inglese, farmi accompagnare da loro silenziosamente, e scambiarci sorrisi enormi, arrivati a destinazione.

Potrebbero mancarmi i grandi templi di legno, solidi, sobri, potenti. Oppure quelli piccoli, silenziosi, che puoi trovare in mezzo alle case di Kyoto. Quelli che ti fanno voglia di sentirti un po’ più spirituale.

Oppure la ridicola pazzia dei giapponesi, che pagano mucchi di soldi solo per farsi servire bibite da ragazzine vestite come cameriere dei cartoni animati, o che ballano Michael Jackson in abito da lavoro, il venerdi sera, completamente ubriachi.

In tutta franchezza, alla parte più fisica di me mancheranno quasi di sicuro anche le splendide ragazze snelle, sofisticate e ridicolmente sexy, quelle che ti fanno venire voglia di conoscere il giapponese. E non solo quella.

Qualcuno disse: “Ti amo non per come sei, ma per come sono io quando sono con te”.

Ecco, forse è questo quello che mi mancherà. Qui sono stato più sereno, più sorridente, più educato, più socievole. Mi sono sentito piacevolmente bene, senza eccessi.

Adesso me ne sto andando, ma sono sicuro che in Giappone ci tornerò, presto o tardi. Nel frattempo, aggiungo un posto alla lista dei luoghi che mi mancheranno.

Finalmente.

Day 117 – ore 15:00 – Wat Mahadhat

Posted in Città, Sensazioni on 02:25 by Wil – 10 Comments

Sono qui da cinque giorni.

Cinque giorni che non parlo, cinque giorni che non esco, cinque giorni che mi sveglio alle 3:30 di mattina e vado a dormire alle 9:30 di sera, cinque giorni che sono vestito di bianco.

Giorni scanditi dalla disciplina, dalla pratica della meditazione, dalle interminabili e per me incomprensibili lezioni in thailandese sul Dhamma, la Verità buddista.

Giorni passati a camminare lentamente, assorto sul mio passo, oppure seduto a occhi chiusi, ad ascoltare il mio respiro. Un fantasma, assieme ad altri trenta fantasmi come me. Vicini, ma senza condividere nulla.

Questo luogo è diverso per ognuno di noi, credo.

Qualcuno, immagino la maggior parte, è entrato per lo scopo “ufficiale”: praticare la meditazione Vipassana. Allenare la concentrazione, focalizzare i pensieri, rinforzare la mente. Era anche la mia idea al principio, ma anche se qualcosa ho imparato, mi definirei un pessimo studente. Come al solito.

Qualcun altro è entrato per scambiare “buone azioni” con la promessa di una ricompensa nella prossima vita. Abbi fede, medita, rispetta i precetti buddisti, e quando rinascerai potresti essere ricco, o addirittura un re. Mah… io intanto miglioro questa vita, per la prossima vedremo.

Io sono entrato qui per un altro motivo, invece, anche se ne ero inconsapevole.

Questo è un posto dove potermi guardare dentro, perchè fuori non c’è niente da vedere.

E’ un posto dove potermi ascoltare, perchè non c’è altro da sentire.

Sono in un deserto, senza la paura della vera solitudine, senza la distrazione della vera compagnia.

E nel buio e nel silenzio di questo deserto, i sensi diventano più acuti, le emozioni crescono potenti, le parole e i pensieri iniziano a fluire limpidi e impetuosi. Nella forza primitiva che sento crescere in me, intravedo il sentiero che vorrò percorrere. Dopo tanta oscurità, finalmente una timida luce, che mi indica una direzione. So cosa fare adesso.

Come dissi in passato: “Questo viaggio non è una fuga, quanto più una ricerca. Allontanarmi da tutto e da tutti, per osservare da lontano ciò che mi è vicino da sempre…”. Me stesso.

Ancora non so che tra qualche giorno realizzerò che un conto è sapere dov’è il sentiero, un altro è iniziare a percorrerlo.

Per adesso, non ha importanza.

Per adesso, mi concedo di essere felice.

Day 112 – Bangkok, sotto la superficie

Posted in Città on 17:05 by Wil – 5 Comments

Bangkok.

Ai primi di marzo arrivo a Kao San Road, “la strada dei backpackers”, i turisti con lo zaino.  Per il momento faccio finta che mi vada bene, ma qualche giorno più tardi annoterò mentalmente di evitare in futuro tutto ciò che ha la parola “backpacker” nel nome o nella descrizione: questa via è praticamente il ghetto in cui ogni giorno si rinchiudono volontariamente migliaia di fa-lang (gli occidentali), che giocano a fare i viaggiatori. Me compreso.

In pieno centro antico della capitale thailandese cammino fianco a fianco con svedesi, canadesi, francesi, australiani, inglesi. Siamo tutti bancomat con le gambe. Qui si mangia un pad-thai per 80 cent di euro. Basterebbe fare centro metri per uscire dal ghetto e pagarne 50. Ci si taglia i capelli per due euro, invece di uno. Qui si comprano collanine di finto artigianato e magliette dalle scritte curiose per far vedere agli amici a casa che si è girato il mondo (io ne ho prese 3). Qui i fa-lang giocano a biliardo, guardano le partite di calcio dell’Inghilterra e bevono birra. Praticamente quello che si può fare a 10 km da casa, con solo un leggero aroma thailandese a rendere la farsa quel tanto più verosimile da placare la coscienza.

Io ho tentato di vedere qualcosa di più, giuro. Ho cercato di graffiare la superficie rimessa a nuovo e verniciata di fresco, ho provato a vedere cosa c’è sotto.

Cosa ho trovato?

Non molto, a dire la verità.

Ho imparato a cercare strade nuove, quelle poco battute, inesplorate. Come quando i fa-lang andavano dritti, e io ho girato a destra, in quella vietta oscura e ignorata da tutti. Sono sbucato in un sorprendente e nascosto mercato di amuleti, nemmeno segnato sulla cartina, ed ero l’unico occidentale.

Tutto qua. Otto giorni a Bangkok: imparato poco su di me, ancora meno sulla Thailandia. Bah… Deluso, vado via.

Quindici giorni dopo sono già di ritorno.

Sono di fronte al Wat Mahadhat, un tempio buddista a solo qualche isolato da Kao San Road.

Non indosso magliette divertenti questa volta, nè collanine o braccialetti. Solo vestiti bianchi che indosserò per i prossimi sette giorni.

Non ci sarà più chiasso: non ci è concesso parlare.

Non ci sarà niente da vedere: non ci è concesso uscire.

Non ci sarà distrazione: si dorme, si mangia, si medita. Si pratica la disciplina e l’austerità degli otto precetti buddisti.

Senza esitazione, entro. Questa è la strada nuova, quella poco battuta, inesplorata. E’ arrivato per me il momento di graffiare una superficie diversa, di iniziare un nuovo tipo di viaggio.

Cosa ho trovato?

Credetemi, talmente tante cose che non basterebbero le parole di dieci articoli per descriverle tutte. Ma arriveranno. Nei prossimi giorni, con calma, proverò a raccontarvi cosa si prova a fare il turista dentro la propria anima.

Day 40 – Salta, la “linda”

Posted in Città on 20:01 by Wil – Be the first to comment

Sono in viaggio da 40 giorni, e ho iniziato a capire come funziona. Non avverto più la solitudine dei primi giorni: ho capito che dopo ogni partenza ci sarà sempre un nuovo arrivo, so che dopo ogni abbraccio “hope to see you again” ci sarà sempre una stretta di mano “hey, nice to meet you!”. Quindi, non c’è motivo di preoccuparsi: “Estamos en vacationes!”

Eppure questa partenza mi sta lasciando il segno. Sono a Salta, in taxi. Sto andando alla stazione, dove prenderò un autobus che mi porterà verso la Bolivia. Ho gli occhi lucidi.

Ho amato Salta per questi 10 giorni in cui mi sono fermato, anche se ricordo forse la metà di quello che ho fatto: so di aver camminato tantissimo per le strade molto sudamericane, e di aver preso molti degli economicissimi taxi. So di aver respirato il fumo nero delle vecchissime automobili, e di aver rischiato di essere investito un paio di volte. Adesso mi so orientare, e so andare a piedi dalla base del Teleferico all’ostello, passando prima per un negozio in centro, senza perdermi. So di essere stato guardato spesso come un “gringo exotico”, ma mai ho avvertito pericolo. Qualche volta mi hanno confuso per un abitante. So di aver bevuto troppo, di aver dormito troppo poco, di aver ballato molto, di aver fatto cazzate a sufficienza.

Però sono sono in vacanza. Quindi: chisenefrega. Rifarei tutto.

Salta è la prima destinazione del mio viaggio dove mi sono sentito a mio agio, dove ho vissuto oltre a essere un turista, dove ho conosciuto gente locale a cui ho fatto anche in tempo ad affezionarmi. E anche se ho altri 5 mesi di viaggio di fronte a me, innumerevoli destinazioni, altri amici, altre esperienze, questa città mi mancherà.

Sono a Salta, in taxi. Sto andando alla stazione, dove prenderò un autobus che mi porterà verso la Bolivia. Ho gli occhi lucidi.

Mando un bacio e un abbraccio alla città, a Salta “la Linda”.

I love these cars :)

Day 25 – Ojos de pasiòn en Buenos Aires

Posted in Città, Colori, Sensazioni on 16:42 by Wil – 3 Comments

La candela sul tavolo mi scaglia bagliori porpora attraverso il bicchiere di vino nella mia mano. Non sto guardando il palcoscenico: lascio che sia la musica ad avvolgermi e a raccontarmi cosa sta accadendo a pochi metri da me. Lei è bellissima e sfuggente, lui è affascinante e determinato. Si troveranno, si ameranno, si perderanno per riunirsi ancora. Solo quando il passo conclusivo infiamma l’applauso del pubblico, decido di voltarmi. In quel momento sento, con la più ferma certezza, che anche io vorrò essere guardato come quella donna sta guardando il suo uomo. Nel buio tinto di rosso, dedico a quell’abbraccio due corte lacrime: la passione, forse il vino, hanno avuto la meglio. Il tango ha fatto un’altra vittima.

Forse è questo quello che ricorderò di più di Buenos Aires, andandomene.

Non la metropoli dall’aspetto tanto ricco quanto decadente. Non i larghi viali affollati e inquinati di giorno, il traffico caotico e puzzolente. Non la notte sporca e desolata, quando scende nelle strade un efficiente esercito di nullatenenti a differenziare l’immondizia in cambio di pochi pesos. Non saranno gli scioperi e le manifestazioni antigovernative, colorate da canti e tamburi e dagli esasperati visi di persone che chiedono a gran voce un lavoro onesto. Non la costante e opprimente sensazione di essere inevitabilmente il ricco turista, che armato di costoso e inutile equipaggiamento, cammina tra animali dallo sguardo famelico.

No. Il mio cuore diviso tra gioia e solitudine, voglio ricordare le coppie di innamorati che si lasciano andare a lunghi baci, in mezzo alla gente, incuranti. Ricorderò la musica nelle vie, l’allegria, il ritmo delle percussioni. Ricorderò la forza e l’orgoglio di un popolo piegato ma non sconfitto. Ricorderò la travolgente passione che questa notte ho visto negli occhi di una donna, sulle note di un tango sensuale.

Arrivederci Buenos Aires.

Tango dancers

Day 16 – Santa Monica, ritorno al paradiso

Posted in Città, Persone, Sensazioni on 01:39 by Wil – 3 Comments

Il paradiso è essere in spiaggia il 26 di novembre, sole caldo, aria fresca, grandi onde che si infrangono rumorosamente sulla riva, e accanto a me avere Pauline, francese, Barbara, austriaca, Thiago, brasiliano, Monica, australiana, Blair, neozelandese e tutti gli altri ragazzi e ragazze incontrati all’ostello, talmente tanti da fare fatica a ricordare nomi e nazionalità di tutti.

E quando il sole, senza chiedere niente in cambio, mi regala ancora una volta i colori di un tramonto che mi scalda e mi nutre e mi disseta, abbraccio mentalmente le persone che ho accanto e quelle che sono lontane e penso che è solo questo ciò di cui ha bisogno un uomo.

Cosa ho imparato in California? Che non importa dove sei, ma con chi sei.

Prendo l’aereo per Buenos Aires, con meno soldi, più ricco di prima.

See you again, my friends.

Hasta otra vez, mis amigos.

Arrivederci, amici miei.

Santa Monica Beach

Day 14 – …e il peccatore

Posted in Città, Sensazioni on 01:36 by Wil – Be the first to comment

Sono a un metro dal palco dove ballerine in topless lesbicano e vampireggiano, sexy acrobate svolazzano sopra le nostre teste appese a drappi e catene, un margarita e un Jack on the rocks sul mio tavolo, musica rock a palla. Hell yeah! Cosa potrebbe volere di più un uomo?

“Sin City” è già entrata nella mia testa.

Las Vegas ti bastona con un materialismo esasperato, ti sputa in faccia sogni di ricchezza, sesso e potere, e mentre ti acceca con milioni di luci colorate che non si spengono mai, ti ha già messo le mani in tasca e ti ha fregato i soldi. Il sessismo non è un problema: ogni uomo o donna è un oggetto. La morale non esiste: bevi, gioca, scopa.

Lungo la strip schivo decine di messicani che mi sbattacchiano davanti volantini, nel caso volessi una donna a pagamento per la notte. Entro nel primo casinò che incontro e mi perdo in mezzo al quartiere dei videopoker, popolato da strani esseri umani che non sbattono mai le palpebre, non distolgono mai lo sguardo, non sorridono, non pensano. Scelgo un bar: metà clientela è ubriaca, l’altra metà sta guardando la scollatura della cameriera e sta per ubriacarsi. Sono dentro un flipper, solo che ogni volta che sbatto contro qualcosa, invece di fare punti, devo spendere soldi.

E sono solo in mezzo alla folla: fossi con uno zaino pieno di dollari e un paio di amici attorno forse troverei questo posto irresistibile. Ma per come mi sento adesso,  mi sembra solo di essere nel più grande marchingegno mangia soldi mai costruito dopo l’invenzione delle banche.

Smetto di rimbalzare, e torno nel purgatorio della mia stanza d’albergo insonorizzata e climatizzata. Com’è tradizione, lascerò a Vegas quello che è successo a Vegas.

Faccio i bagagli e me ne torno in paradiso.

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Day 12 – Il Santo…

Posted in Città, Persone on 01:34 by Wil – Be the first to comment

Ad Hollywood non vale la pena dedicare più di un giorno. Una volta che ho passeggiato sul viale delle star (98% non li conosco), incontrato Superman e Wonderwoman, il Joker e Batman, Darth Vader e Yoda, due versioni di Spiderman, tre di Jack Sparrow, misurato la dimensione dei piedi e delle mani di Jack Nicholson, e mangiato lo Shrimper Paradise(*) da Bubba Gump agli Universal Studios, tutte queste stelle iniziano ad annoiarti.

(*) Note to self: ricordarsi che negli USA un italiano normale si può sfamare con gli antipasti. Non ordinare MAI PIU’ il piatto più abbondante della casa

Allora prendo lo zaino e vado verso il mare, a Santa Monica, considerato uno dei quartieri più belli di Los Angeles, alla facciaccia delle supermegavilla sborone di Beverly Hills. Nonostante qui l’età media si abbassi drasticamente verso i 20 anni, sono veamente felice di essere in mezzo a ragazzi e ragazze che sembrano provenire da ogni parte del mondo. Ogni nazione è rappresentata: sembra quasi di essere alla presentazione delle Olimpiadi!

Ancora inebriato dalla frizzante aria cosmopolita, entro in ostello e scopro che nalla mia camera dormono anche Vittorio e Antonio (detto Lago), uno di Monza e l’altro di Como. Great!

Ma non importa. Il trio nord italiano sa bene come divertirsi, e il tempo passa molto velocemente tra happy hour e margaritas, rilassanti passeggiate a Venice Beach e spettacolari tramonti sul Santa Monica Pier (dove Forrest Gump incontra l’oceano pacifico in una scena del film, pare).

Il tempo di salutarsi arriva fin troppo presto, e mentre Vittorio prosegue nella sua esplorazione degli Stati Uniti, e Lago vola verso New Orleans, io me ne vado verso la città del peccato e dei peccatori: Las Vegas.

Dal paradiso all’inferno, in pratica. Come si dice: si sceglie il paradiso per il clima, l’inferno per la compagnia.

Santa Monica by night

Day 9: San Francisco, Sex and the City

Posted in Città, Sensazioni on 21:18 by Wil – 3 Comments

La premessa fondamentale di questo articolo è il mio nome Francesco è merito della città di San Francisco. Se nascevo ragazza, il nome sarebbe stato inevitabilmente Francesca. No, i miei genitori non stavano seguendo qualche particolare soap opera ambientata nella città californiana, nè il loro cantante preferito veniva da li. Un motivo serio c’è, è la storia è una di quelle che meriterebbe senz’altro di essere raccontata, ma seduti a un tavolo, bicchieri di vino o birra sparsi qua e la… non in un blog, nossir.

Per il momento mi basta poter raccontare di essere “tornato” nella città che mi ha dato il nome. Dovrei quasi considerarla una madrina, una specie di parente lontana che non vedo da prima della mia nascita. L’impatto emotivo è in effetti abbastanza forte: mentre la macchina guidata da Laura, una nuova amica messicana, fa il suo ingresso nel dowtown di San Francisco, rimango incantato dalle luci della città. Altre volte ho visto grattacieli e skyline vertiginosi, ma in questi cerco una sorta di familiarità, quasi un segnale che mi dia il benvenuto. Non saprei dire cosa di preciso cosa mi aspettassi, forse una banda cittadina al completo, oppure un angelo con le ali di fuoco che ci precedesse volando nella highway, o magari da una quadriglia di cavalli rosa condotta da due playmate. Ovviamente niente di tutto questo è accaduto, ma non importa. Mi rilasso e lascio che la città mi riempia lo sguardo.

Fine premessa.

La mia permanenza in california inizia con quattro giorni in zona San Francisco-Berkeley, ospitato da Damiano, amico e ospite eccezionale e tollerante (almeno nei miei confronti, meno in quelli di Venket, il suo coinquilino indiano, che ci ha allietato tutti i risvegli iniziando a cantare all’alba)

Le ore diurne sono state dedicate all’esplorazione turistica dei dintorni: pier 39, Golden Gate, Chinatown, Little Italy and stuff. Non vale la pena fare il resoconto: se leggete una guida di San Francisco, saprete più cose di me che non l’ho fatto (e infatti mi sono perso svariate volte). Però confesso che andare su e giù per i tipici trenini, scalare le vie ripidissime, vedere cinema hard in pieno centro e vecchi signori che girano in minigonna, calze e tacchi a spillo, o assistere a un gioco delle tre carte da manuale in un tram, è stato divertente.

Le ore notturne invece, sono state molto divertenti. Assieme a Damiano, Laura (la guidatrice messicana, tanto dolce quanto spericolata) e Olga (di San Salvador, tanto simpatica quanto insensibile al freddo) si va il primo giorno al Temple, club di San Francisco decisamente ben frequentato; il secondo a casa di Giovanni, altro italiano importato, per una festa casalinga frequentato ancora meglio; il terzo in un locale a Castro, e questo era frequentato piuttosto male.

Castro è il quartiere gay,ma –dice Laura- é molto divertente. Ok, lo ammetto, era un quartiere divertente, pieno di locali, club, bar, ragazzacci infoiati, sexy shop con un assortimento imponente di oggettistica per gay (di alcuni oggetti non mi è tuttora chiara la funzione, ma vivrò bene lo stesso). Però io e Damiano siamo rigorosamente “straight”, ovvero eterosessuali, e al nostro ingresso in una piccola discoteca, iniziamo a subire l’assedio di una folla di maschiacci ormonali dai muscoli lucidi e lo sguardo languido. Io mi faccio scudo con Laura, ma Damiano subisce un attacco pesante da più lati. Prima che se lo “incantonino”, meglio fuggire!

San Francisco. Una città piuttosto pazza, divertente, aperta, movimentata. Proprio come una parente, mi chiedo cosa ho potrei aver preso da lei, oltre al nome. Di sicuro non i gusti sessuali.

San Francisco, Market Street