Sensazioni

A casa, di nuovo

Posted in Sensazioni on 09:59 by Wil – 6 Comments

Una sciarpa.

Annodata come una benda attorno alla testa, mi rende completamente cieco, mentre aggrappato a un braccio amichevole vengo condotto attraverso un locale affollato.

Quando mi viene tolta, ho di fronte a me quasi trenta amici che arrivando da città diverse, si sono organizzati per venire a festeggiare tutti assieme il mio ritorno. Quella che provo è gioia autentica, pura, sincera. Non avrei potuto desiderare un miglior “bentornato!”. Incapace di pronunciar parola per la sorpresa, non mi resta altro da fare che gettarmi nel mucchio e abbracciare, baciare, sorridere.

Questo è stato il mio ultimo ricordo di viaggio. Anche se ero tornato in Italia da più di un giorno, considero questa esperienza la vera conclusione del mio giro del mondo.

Da quel giorno in poi, molti mi hanno chiesto come me la sto cavando, come mi sono riabituato alla vita di prima, se mi sto già annoiando. Altri mi chiedono quando ripartirò, quasi sapessero meglio di me che non riuscirò a stare fermo a lungo.

Non è facile rispondere a queste domande: il ritorno è una sensazione strana. Da una parte mi sembra veramente di essere tornato indietro nel tempo, alla stessa vita statica, indolente, pigra. E’ tornata la noia, il tempo che scorre rapido senza lasciare traccia. Dall’altra parte invece c’è qualcosa di diverso, dettagli, colori, pensieri. Ho la stessa sensazione di quando si torna a casa e si pensa: “Qualcuno è stato qui, gli oggetti sono fuori posto”.

Ma non è stato nessuno a cambiare di posto agli oggetti, sono cambiato io.

Mi sorprendo a camminare guardando in giro come se avessi ancora una macchina fotografica nella tasca, pronto a prendere una foto di qualche paesaggio straordinario, che pure è sempre stato lì. Spesso mi nascono pensieri che un tempo avrei ignorato, e ora si ricollegano invece a qualche aneddoto che inizia inevitabilmente con “come quella volta che ero in Bolivia…” o qualche altro stato. E’ come se avessi mantenuto un cordone ombelicale che mi connette al resto del pianeta, e grazie a questo rimanesse sullo sfondo la leggera sensazione di essere ancora in viaggio.

E che intenzioni ho per il futuro? Questa è un’altra domanda frequente.

Beh, anche se è difficile da spiegare in poche parole, posso assicurarvi che prima di partire cercavo la risposta nel buio più assoluto, ora invece mi sento come se avessi trovato una luce.

Il 117° giorno di viaggio mi ha aperto gli occhi, e messo di fronte una strada: è in salita e piena di curve, non posso vedere dove conduce, e sicuramente non è priva di ostacoli, ma è la mia, e non vedo l’ora di iniziare a percorrerla, ora che so dov’è.

Un giorno vi racconterò di come io sia convinto che l’intero l’universo abbia collaborato affinchè io  scoprissi quella strada, ma nel frattempo mi godo la sensazione di vedere di nuovo il mondo, questa volta attraverso gli occhi abbagliati  di chi si è appena tolto una sciarpa dalla faccia.

Laguna di venezia al tramonto

Day 192 – La fine e l’inizio

Posted in Sensazioni on 14:28 by Wil – 3 Comments

E così, è questo che vuol dire tornare a casa: svegliarsi una mattina e sapere che sono passati 192 giorni, che tra due ore dovrò alzarmi, chiudere la mia roba nello zaino, e prendere l’aereo verso casa. L’ultimo volo di questo giro del mondo.

Non riesco a definire di preciso cosa sto provando. Pensavo di essere più emozionato all’idea, come se mi aspettassi di essere incredibilmente triste per la fine del viaggio o meravigliosamente felice per le persone che rivedrò. Invece mi rendo conto che gli ultimi sei mesi mi hanno talmente abituato al movimento e all’instabilità, che sto percependo il ritorno solo come un altro cambiamento, un altro aereo, un altro paese da visitare.

E forse è proprio così.

Ho voglia però di lasciarmi accarezzare dall’idea di rivedere i miei vecchi amici, e soprattutto i miei genitori. Cerco di immaginare la faccia di mia mamma e di mio papà, quando mi vedranno all’aeroporto. Posso mettere la mano sul fuoco che mi controlleranno con occhio clinico, per vedere se sono dimagrito o ingrassato, per vedere se sono in salute, se sono tutto intero, se il loro “bambino” sta bene. Ma va bene così… in fondo dopo sei intensi mesi passati a badare a me stesso, sarà bello essere di nuovo il cucciolo che è tornato nel nido.

E i miei amici, quelli che mi hanno visto partire sei mesi fa, con espressioni una diversa dall’altra, a celebrare o a condannare il mio viaggio, che faccia avranno, cosa mi diranno, quando tornerò? Questo non riesco proprio a immaginarlo. Ma anche questo va bene così: sarà bello vivere la sorpresa di rivederli, uscire assieme, parlare, riprovare nuova gioia per gli antichi gesti.

Lascio sullo sfondo una paura -non voglio pensarci adesso- ma sono sicuro dovrò affrontarla presto. L’immobilità.

Quando le feste saranno finite, quando i racconti saranno terminati, quando questo viaggio sarà veramente concluso e archiviato, il mondo smetterà di ruotare sotto di me. La vecchia vita, statica, pigra, eserciterà pressioni potentissime per tornare, combatterà selvaggiamente per possedermi di nuovo. La battaglia sarà dura, ma io non la lascerò vincere, di questo ne sono certo.

Ma basta discorsi seri. Adesso ho voglia di sorridere, di gustarmi le ultime sensazioni, le ultime emozioni, le ultime sorprese di questa avventura, e le prime di tutte quelle che verranno.

Il “giro del mondo” smette oggi di essere un viaggio, e inizia a essere uno stile di vita. Quello che ho imparato, quello che ho avuto, quello che ho capito, sono cose che rimarranno con me per sempre, e nell’esatto momento in cui scenderò dal mio ultimo aereo, grazie a loro inizierà un nuovo tipo di viaggio che continuerà per sempre, dentro di me.

Per questo motivo il blog non verrà interrotto qui: ci sono ancora tante cose che meritano di essere scritte, e con il tempo lo farò.

Non smetterò di “vagabondare una vita incredibile”: questo è solo l’inizio.

Day 182 – The Kiwi Playground

Posted in Sensazioni on 16:21 by Wil – 8 Comments

Nuova Zelanda.

Questa è l’ultima destinazione del mio giro del mondo. Tra dieci giorni sarò a casa, vulcani islandesi permettendo, ma non ho ancora finito di stupirmi. Mi ero quasi convinto di aver perso del tutto la mia capacità di divertirmi, di emozionarmi e di sorprendermi, dopo aver così tante cose in questi 182 giorni di viaggio. Poche volte in vita mia sono stato così contento di sbagliarmi.

Da alcuni giorni sto viaggiando assieme al mio amico Mike, un neozelandese in cui mi sono letteralmente imbattuto per caso in Cile, e con lui come ottima guida sto conquistando ed esplorando la strada che porta a sud.

Vaghiamo attraverso fitte foreste di felci altissime, che a me da lontano mi sembrano tanto le Alpi italiane, ma da vicino mi ricordano che sono praticamente dalla parte opporta del pianeta.

Conquistiamo con determinazione le vertiginose vette di montagne e vulcani, e poi finiamo a giocare per ore con i sassi su immobili laghi di cristallo.

Come ragazzini ci arrampichiamo sugli scogli disegnati dalla forza del vento e dal mare, per ammirare in silenzio le maestose onde oceaniche attorno a noi, e il tramonto che si frantuma su di esse.

E adesso mi trovo in un posto che ha dello sbalorditivo, per una persona che è nata ed è vissuta per tutta la sua vita in Italia. Mi si stampa un sorriso in faccia che mi durerà per qualche ora, e una sensazione in corpo che mi durerà per giorni.

Sono all’Arthur’s Pass, 737 metri di altitudine, nel “Santuario”. Con me e Mike ci sono anche Fong e Lily, malesi, Mel, inglese, Max, canadese del Quebec, Ashley e Matt, americani del Missouri.

Il Santuario è una casetta, fornita di otto letti, una bagno e una doccia spartani ma funzionali, una cucina completa di elettrodomestici, una stufa a legna, elettricità, acqua corrente, una chitarra, un paio di giochi da tavola, qualche libro. All’esterno c’è anche una stanzetta che con cinque computer connessi a internet (la tecnologia arriva ovunque).

E un Honesty Box, che è praticamente la morale della storia.

E’ la scatola dove lasceremo un economico compenso  al proprietario, che ha affidato questo luogo solo al rispetto e alla buona volontà dei viaggiatori. Non c’è nessuno che controlla se paghiamo, se puliamo, se rubiamo, ma non ce n’è bisogno, perchè è grazie a questo disarmante esempio di fiducia, che il Santuario è ancora qui, intatto, pulito, ospitale.

Nell’Honesty Box lascerò uno dei miei ricordi più belli, oltre ai soldi.

Questo posto è stata per due giorni la mia casetta sull’albero, il mio castello fatto con i cuscini del divano, la mia tenda indiana, tutto troppo bello e troppo innocente per avere anche solo la tentazione di rovinarne la purezza.

In Nuova Zelanda viaggiare è tornato un gioco da bambini.

The Santuary, honesty box

Day 168 – A.A.A. Anonimi Alcolisti Australiani

Posted in Sensazioni on 12:58 by Wil – 7 Comments

Forse sorprenderò qualcuno, ma io e l’Australia non siamo andati molto d’accordo.

Credetemi, avrei voluto scrivere qualcosa di bello per ogni posto in cui mi sono trovato, ma non posso nascondere la verità: l’Australia, tra i paesi che ho visitato, è stata una delle mie delusioni più grandi, assieme alla Thailandia. Ho sicuramente una parte di colpa, è chiaro che non sono riuscito a trovare i posti “giusti”, qualunque cosa questo significhi. Però allora mi chiedo: quanto è facile per uno straniero riuscire a scovare i posti giusti?

In sudamerica non ho avuto grandi difficoltà, mentre sulla costa est dell’Australia mi è stato riproposto lo stesso problema che ho avuto in Thailandia. Qui è quasi impossibile sfuggire alla corrente di turisti e di backpackers, e intrappolato in questa migrazione forzata, si finisce inevitabilmente nelle stesse destinazioni di tutti gli altri, dove le giornate passano sempre allo stesso modo, uguali una all’altra: spiaggia, alcool, sesso.

Vi sembra invitante?

No, non lo è. Non per me.

Certo passare le giornate al mare è piacevole: farsi travolgere dalle maestose onde oceaniche, andare in bodyboard, fare finta di essere un surfista… è divertente. Ma il divertimento finisce alla sera, quando arriva la birra, il vino, il maledetto “goon”.

Il goon… la sola esistenza di questo malefico intruglio è l’evidente sintomo di un grave problema al fegato dell’Australia. Quattro litri di questa specie di bevanda che dovrebbe assomigliare al vino costano circa 10 dollari australiani. A parità di quantità, una birra economica costa il triplo, del vino decente costa otto volte tanto. Fate le vostre considerazioni.

Tutte le sere, quando arriva l’oscurità, ogni backpacker tira fuori il suo alcool e iniziano i drinking game, giochi di carte non necessariamente divertenti, che servono solo a bere molto alcool in poco tempo. Una volta che si è ubriachi a puntino, si può finalmente uscire, continuare a bere, perdere i limiti, fare le idiozie che altrimenti non si farebbero, e infine dimenticarsi di tutto. Con un po’ di fortuna,nel frattempo c’è anche stato del sesso. Tanto qui questo significa semplicemente cercarsi la ragazza più ubriaca del locale, e portarsela fuori. Non importa se quando ti guarda nemmeno ti vede, gli occhi spenti, annegati nell’alcool. Non importa se il giorno dopo nemmeno ti riconosce, o fa finta di non vederti. Alla sera è solo uno altro animaletto erotico, stupido e indifeso, e in fondo questo è quello che vuole anche lei, questo è il motivo per cui ha iniziato a bere, qualche ora prima.

L’alta marea di alcool arriva puntuale tutte le sere, e sommerge tutto, cancella ogni cosa. Quando scende, all’alba, lascia sulle strade i suoi immancabili relitti: giovani rovinati e incoscienti, uomini aggressivi e storditi, ragazze con i vestiti troppo corti e i tacchi troppo alti, che da sobrie potevano anche essere belle, ma ora sono solo stracci sporchi di vomito addormentati sulle panchine.

Non fa per me, grazie.

Qualche giorno prima di arrivare, una mia amica giapponese mi aveva detto: “Be stupid, get drunk. That’s the way you enjoy in Australia”, ovvero “Sii stupido, ubriacati. Questo è il modo di divertirsi in Australia”. Avevo liquidato l’affermazione con un sorriso allora, ma ora lascio questo paese senza sorridere molto.

Day 119 – Aeroporti

Posted in Persone, Sensazioni on 06:08 by Wil – 9 Comments

Gli aeroporti sono posti pazzeschi: la gente arriva da tutte le parti del mondo, parla tutte le lingue, indossa ogni tipo di abbigliamento e pratica ogni religione. E tutti si guardano, ma nessuno si vede, tutti impegnati a controllare il prezzo di un profumo che non gli serve, a leggere un giornale con le stesse inutili notizie che potrebbero essere lette a casa, a comprare un souvenir che magari non è nemmeno fabbricato nello stesso continente.

E allora io penso: dovrebbero chiudere gli aeroporti, bloccare le porte con la gente dentro, fermare gli aerei, distribuire cibi e bevande e dire: “Adesso parlatevi. Sedetevi e raccontate la vostra storia. Parlatevi del vostro paese, della vostra cultura, delle vostre speranze. Avete un’occasione rara: non sprecatela con i profumi, con i giornali, con i souvenir. Sedetevi, parlatevi, guardatevi… e vedetevi!”

Day 137 – Giappone, finalmente

Posted in Città, Sensazioni on 05:55 by Wil – 3 Comments

Sono in aereo, tra due ore atterro a Pechino, ma sto pensando al paese che ho appena lasciato: il Giappone. Mi mancherà.

Finalmente.

Era un po’ che non mi capitava di sentire la mancanza di un posto, andandomene. Non ho sentito la mancanza della Thailandia, non ho sentito la mancanza di Hong Kong, nè dell’Isola di Pasqua. Tutti posti in cui probabilmente un giorno tornerò, ma senza fretta. Per ritrovare l’ultimo momento in cui ho avuto il magone andandomene, devo sicuramente tornare al Sud America, in qualche posto sulla costa del Cile, qualche giorno prima di prendere il volo da Santiago. Non avevo scritto niente quel giorno, ma avevo lasciato silenziosamente un pezzettino del mio cuore su quel continente dai colori intensi, dai sorrisi caldi, e dai profumi attraenti.

Poi più niente, fino ad oggi.

Non so di preciso cosa mi mancherà di più.

Forse l’atmosfera sobria e sofisticata al tempo stesso, il silenzio e la pulizia delle metropolitane di Tokyo, l’educazione e la gentilezza delle persone, quella che ti fa venire voglia di muoverti in punta di piedi.

Probabilmente mi mancherà chiedere indicazioni stradali a persone gentili e disponibili che non conoscono una sola parola di inglese, farmi accompagnare da loro silenziosamente, e scambiarci sorrisi enormi, arrivati a destinazione.

Potrebbero mancarmi i grandi templi di legno, solidi, sobri, potenti. Oppure quelli piccoli, silenziosi, che puoi trovare in mezzo alle case di Kyoto. Quelli che ti fanno voglia di sentirti un po’ più spirituale.

Oppure la ridicola pazzia dei giapponesi, che pagano mucchi di soldi solo per farsi servire bibite da ragazzine vestite come cameriere dei cartoni animati, o che ballano Michael Jackson in abito da lavoro, il venerdi sera, completamente ubriachi.

In tutta franchezza, alla parte più fisica di me mancheranno quasi di sicuro anche le splendide ragazze snelle, sofisticate e ridicolmente sexy, quelle che ti fanno venire voglia di conoscere il giapponese. E non solo quella.

Qualcuno disse: “Ti amo non per come sei, ma per come sono io quando sono con te”.

Ecco, forse è questo quello che mi mancherà. Qui sono stato più sereno, più sorridente, più educato, più socievole. Mi sono sentito piacevolmente bene, senza eccessi.

Adesso me ne sto andando, ma sono sicuro che in Giappone ci tornerò, presto o tardi. Nel frattempo, aggiungo un posto alla lista dei luoghi che mi mancheranno.

Finalmente.

Day 134 – Amazing

Posted in Sensazioni on 05:50 by Wil – 12 Comments

Seduto sulla panchina di un parco cittadino di Tokyo, scrivo questo articolo, mentre un grosso corvo nero raccoglie pezzettini di legno tra le radici di un albero nodoso, ancora spoglio per l’inverno. Fanno il nido i corvi? Evidentemente si. Chissà, forse pensavo che volassero per sempre, senza casa.

Questo giro attorno al mondo, da solo, è stato come aver vissuto una piccola vita all’interno della vita vera. Quando sono partito ero inesperto, ingenuo. Non sapevo come avrei affrontato l’organizzazione, i problemi, i pericoli, la solitudine. Ogni cosa era una sorpresa, una novità, un gioco. Poi, mentre il viaggio continuava, sono cresciuto: ho imparato come muovermi tra le insidie e imprevisti, a sentirmi esperto e disinvolto ma anche più freddo, meno emozionato.

E oggi mi ha raggiunto un pensiero: il viaggio non durerà per sempre, sta per finire. A volte sono stanco, e a i giorni da turista alterno sempre più spesso giorni di calmo relax. Ma sono contento, sono veramente soddisfatto, perchè se mi guardo alle spalle, fino al giorno in cui sono partito entusiasta da Venezia in un caldo giorno di Novembre, posso dire orgoglioso: “io ho vissuto”.

Ho visto tante cose, ho parlato tante lingue, ho mangiato tanti cibi. Ho commesso qualche errore, ma ho preso anche buone decisioni. Molte persone sono entrate nelle mie giornate, per restarci un minuto solo, un giorno, o per sempre. Ho riso e ho fatto ridere. Ho pianto, e forse ho fatto piangere. Ho voluto bene a delle persone, e -chi lo sa?- forse mi sono innamorato, fosse stato anche per un giorno soltanto. Ho camminato tantissimo. Mi sono ammalato e sono guarito, sono stato triste e ho ritrovato il sorriso. Ho ballato, ho corso, ho nuotato, e sono persino andato in surf. Ho organizzato pochissimo, e non mai rispettato un solo piano, tranne quelli che veramente contavano. Ho sempre cercato di non seguire il sentiero più battuto: a volte mi sono perso, ma ho sempre ritrovato la via. Non ho riempito ogni giorno come avrei voluto, a volte sono stato semplicemente pigro. Non avrò un ricordo o una foto di ogni singolo giorno, non ho colto ogni occasione. Ma sono stato libero.

Sono stato libero e ho vissuto. Si, posso dirlo a testa alta.

E anche se è vero che il viaggio sta per finire, so bene che non è ancora finito. Ci sono altri aerei da prendere, altri paesi da visitare, altre persone da conoscere, altre risate, altre corse, altri imprevisti, altre occasioni. Mi alzerò da questa panchina e li vivrò tutti, meglio che posso, a modo mio.

Ma prima, voglio donare a tutti voi la stessa frase che è stata regalata a me, incisa per sempre sul mio diario di viaggio : “Life is a journey, not a destination”, la vita è un viaggio, non una destinazione.

Ancora una volta sorrido, e me ne vado.

No… il mio viaggio è tutt’altro che finito.

Buon viaggio a tutti voi, ovunque siate diretti.

From the bus window, going to Salta

Day 117 – ore 15:00 – Wat Mahadhat

Posted in Città, Sensazioni on 02:25 by Wil – 10 Comments

Sono qui da cinque giorni.

Cinque giorni che non parlo, cinque giorni che non esco, cinque giorni che mi sveglio alle 3:30 di mattina e vado a dormire alle 9:30 di sera, cinque giorni che sono vestito di bianco.

Giorni scanditi dalla disciplina, dalla pratica della meditazione, dalle interminabili e per me incomprensibili lezioni in thailandese sul Dhamma, la Verità buddista.

Giorni passati a camminare lentamente, assorto sul mio passo, oppure seduto a occhi chiusi, ad ascoltare il mio respiro. Un fantasma, assieme ad altri trenta fantasmi come me. Vicini, ma senza condividere nulla.

Questo luogo è diverso per ognuno di noi, credo.

Qualcuno, immagino la maggior parte, è entrato per lo scopo “ufficiale”: praticare la meditazione Vipassana. Allenare la concentrazione, focalizzare i pensieri, rinforzare la mente. Era anche la mia idea al principio, ma anche se qualcosa ho imparato, mi definirei un pessimo studente. Come al solito.

Qualcun altro è entrato per scambiare “buone azioni” con la promessa di una ricompensa nella prossima vita. Abbi fede, medita, rispetta i precetti buddisti, e quando rinascerai potresti essere ricco, o addirittura un re. Mah… io intanto miglioro questa vita, per la prossima vedremo.

Io sono entrato qui per un altro motivo, invece, anche se ne ero inconsapevole.

Questo è un posto dove potermi guardare dentro, perchè fuori non c’è niente da vedere.

E’ un posto dove potermi ascoltare, perchè non c’è altro da sentire.

Sono in un deserto, senza la paura della vera solitudine, senza la distrazione della vera compagnia.

E nel buio e nel silenzio di questo deserto, i sensi diventano più acuti, le emozioni crescono potenti, le parole e i pensieri iniziano a fluire limpidi e impetuosi. Nella forza primitiva che sento crescere in me, intravedo il sentiero che vorrò percorrere. Dopo tanta oscurità, finalmente una timida luce, che mi indica una direzione. So cosa fare adesso.

Come dissi in passato: “Questo viaggio non è una fuga, quanto più una ricerca. Allontanarmi da tutto e da tutti, per osservare da lontano ciò che mi è vicino da sempre…”. Me stesso.

Ancora non so che tra qualche giorno realizzerò che un conto è sapere dov’è il sentiero, un altro è iniziare a percorrerlo.

Per adesso, non ha importanza.

Per adesso, mi concedo di essere felice.

Day 99 – Koh Samet, fire in the sky

Posted in Sensazioni on 09:07 by Wil – 8 Comments

Notte.

Tra le mie dita ruota veloce un’asta leggera. Le fiamme alle estremità mi irradiano con una luce dal calore intenso. Eseguo qualche volteggio, senza correre rischi. Il mio spettacolo è breve e modesto, ma riceve comunque il solidale applauso dei pochi spettatori rimasti a fine serata. Mi basta.

Più tardi, i miei piedi affondano nella sabbia candida, mentre lascio che le onde tiepide del golfo mi accarezzino dolcemente le caviglie e i polpacci. Un vibrante piacere mi avvolge, come una coperta fresca. Vorrei dormirei qui.

Mattina.

Disteso sul morbido bagnasciuga, lascio filtrare un po’ di luce nei miei occhi attraverso le palpebre semichiuse. Quasi incosciente, cerco di indovinare quanto si allungherà sotto di me la prossima onda, e se mi bagnerà solo le gambe, o se arriverà alla schiena, o alla nuca.

Koh Samet, golfo di Thailandia.

In questo luogo rilassato e confortevole mi metto alla ricerca di una serenità più profonda, libera dalle necessità che mi sono imposto fino a questo momento, quelle di vedere, di esplorare, di scoprire ogni giorno. Mi metto in pausa, e mi accontento di vivere il mare, la sabbia, il sole, la brezza notturna, la musica.

Dall’inizio del mio viaggio, queste potrebbero essere le prime giornate vissute nella completa indolenza, nell’egocentrico piacere dell’ozio, mentre la giornata scorre attorno a me, senza attriti.

Spingo le sensazioni verso l’estremo. Allargo le percezioni e addormento i pensieri. Lascio che sia il vento a dare voce al mio silenzio. Lascio che sia il sole a dare luce ai miei occhi.

Eppure la mia pace non è ancora completa. Incapace di spegnere i desideri inutili, mi tengo lontano dalla mia ricerca. Sento che qualcosa mi manca, ma non so cosa.

Ancora notte.

Lontana nel cielo, una fiammella vivace gonfia e spinge verso l’alto una lanterna di carta. Due innamorati hanno voluto sigillare una promessa, un sogno, e l’hanno lasciata al vento. Abbracciati l’uno all’altro, seguono la piccola luce volare in alto, nel cielo, fino a vederla sparire lontano, al di la delle nuvole.

Day 87 – Good luck, man!

Posted in Sensazioni on 06:43 by Wil – 6 Comments

Aria gelida sulla mia faccia. Non mi sono ancora abituato a questo freddo. Lo zaino mi appesantisce i passi, mentre entro di corsa nella stazione della metro tra la 53° e Lexington Avenue. Sono a New York, ma avrei dovuto essere a Hong Kong.

Sulla piattaforma tra i binari, un uomo solitario dall’aspetto alquanto povero suona con una chitarra classica ritmi latini, ignorato da tutti.

Da quasi tutti.

Le sue melodie riscaldano in me l’affetto per il continente sudamericano che ho lasciato solo ieri, e salutato con un arrivederci.

Prendo dal portafogli una manciata di monete statunitensi,un paio di dollari in tutto, e aggiungo una moneta da 500 pesos cileni. Una moneta che qui non serve a nulla, ma io vorrei benedirla, vorrei farla diventare un portafortuna.

Mi avvicino all’uomo, lascio le monete nella custodia della sua chitarra, poi lo guardo negli occhi. “Good luck, man”, gli dico, “Buona fortuna, uomo”. Mi ringrazia e mi sorride, forse sono la prima persona che gli ha parlato oggi. Mentre continuo ad ascoltare le sua musica, ripenso a quest’ultima settimana…

A Viña del Mar in Cile, uno svedese tonto di nome Aron si lascia fregare le chiavi dell’ostello in cui dormo anche io. Due furfanti entrano alle 6 di mattina e si portano via un po’ di cose di valore, tra cui il mio cellulare.

All’Isola di Pasqua affitto uno scooter con Naoko, giapponese, e passiamo la giornata in esplorazione. Alla sera, troppo stanchi o troppo rilassati dalla birra ghiacciata bevuta in spiaggia, perdiamo le chiavi del veicolo. Passo uno paio di ore al freddo, e l’indomani dobbiamo condividere una spesa di qualche decina di dollari per l’inconveniente.

Transitando all’aeroporto di New York, affaticato del viaggio e ammorbidito dalla presunzione di essere ormai un viaggiatore stagionato, smarrisco il passaporto. Perdo il mio volo, devo rifare il documento, passare la notte in città e tutto l’imprevisto mi costa quasi 200 dollari.

Davvero, per un po’ ho ceduto al pensiero di aver passato una settimana sfortunata, di essere stato colpito dalla mala sorte.  Eppure, cosa ho realmente perso? Cose, che posso ricomprare. Una manciata di soldi. Un po’ di tempo. Un giorno a Hong Kong.

Ma cosa ho ricevuto? Esperienza. Una piccola lezione di buon senso e di umiltà. Una passeggiata fredda e piacevole per Manhattan.

Lo scambio è giusto, il bilancio è equo: non sono stato sfortunato. Non ho perso niente che abbia realmente un valore, e il mio viaggio prosegue, sempre positivo, sempre emozionante.

Il treno che mi porterà verso l’aeroporto si ferma alla stazione. L’uomo con la chitarra si volta appositamente per salutarmi.

Good luck, man.